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Independent Music di Claudio Ferrante

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Dov’è finita l’arte e… la musica popolare?

Leggo con molto piacere e riporto integralmente l'opinione di un illustre musicista, Franco Mussida, che parla di creatività e di spazi piccoli, dove tornare a suonare musica popolare. La lettera è stata pubblicata questa mattina sul Corriere della Sera, ma mio avviso merita.

«I Talent-show fanno spettacolo. Ma dov'è finita l'arte?». E ancora: «I testi delle nuove canzoni sono brutti, omologati; tanto che sembrano tutti uguali». Parole pronunciate da uno che se ne intende, Sir Elton John, intervistato nei giorni scorsi da Radio Time Magazine. Londra come Milano o Roma: oggi intorno alla Musica popolare contemporanea si avverte un senso di stanchezza, una specie di depressione. Dove sono finiti i valori, le immagini, che hanno fatto da colonna sonora e da sfondo a più di una generazione? Sembra tutto perduto, forse anche per colpa nostra: abbiamo consumato «quella» Musica senza lasciarne neanche un briciolo a chi è arrivato dopo. Eppure io, ad esempio, penso di essere un rockettaro anomalo. Il mestiere l'ho fatto perché amavo la Musica, non l'ambiente in cui si produceva e rappresentava. Ero un ragazzo di periferia che trovò nella chitarra il mezzo per scoprire sé stesso e quello che aveva intorno. Anni straordinari, quelli là, alla fine dei quali ebbi però la tentazione di lasciar perdere tutto, di dare ossigeno a un'anima stanca di viaggi e concerti in giro per il mondo con i miei amici della Pfm. Alla fine sono rimasto nel mio ambiente cercando di portarci dentro quel po' di sensibilità e di curiosità che mi si era impregnata addosso dopo il bagno di «magia» che ci era capitato di fare tra la fine degli Anni 60 e i primi 70. Però, adesso, c'è la grande crisi. E dentro la grande crisi c'è la crisi di un mercato del disco che sembra inarrestabile. Sì, certo, i ragazzi di X-Factor e di Amici hanno la loro stagione di popolarità; ma saremmo miopi se non vedessimo che si arriva in vetta alla hit-parade vendendo duemila dischi alla prima settimana di uscita. E poi? Persino i più giovani — piuttosto che rischiare sul nuovo — si rifugiano nel passato, nei «classici» del rock. La sfiducia che i più «vecchi» hanno verso i teenager di oggi è direttamente proporzionale al nulla che è stato loro offerto in termini di motivazioni all'approccio musicale. Chi ha i miei anni ha atteso perlopiù criticando, senza provare a motivare, a proteggere. Si è lasciato fare al Mercato e all'Industria. Ma la Musica è, anche nelle forme più popolari, essenzialmente un fatto culturale e artistico. La logica conseguenza è stata che l'industria ha fatto l'industria. Ha cominciato a mettere a profitto il «catalogo», a campare sul «catalogo» e continua a farlo anche oggi, utilizzando le opportunità arrivate dalla televisione — dai «Talent» — facendo cantare tutti, anche i bambini… La pianta originaria del Rock, del Soul, è stata spolpata: non sono bastati i pochi positivi innesti alla Peter Gabriel (gli anni delle contaminazioni) a rivitalizzarla. E il Rock magari non è proprio morto — come dice Sting — ma è già diventato Storia: come tale andrebbe trattato e rispettato, anche per tutto ciò che ha voluto dire. Un concetto, questo, che dovremmo spiegare bene ai ragazzi che quegli anni non hanno vissuto e che invece se lo ritrovano fra i piedi come un repertorio di brani e composizioni da suonare «a pappagallo». E pensare che la Musica Popolare ha avuto un ruolo straordinario, specie quella guardata con sospetto da una certa cultura di sinistra, quella che ci è arrivata dal mondo anglosassone. È servita a toglierci di dosso quella mortificazione, quella velata depressione che arrivava direttamente dalla guerra, ha contribuito a soffiare via dal tessuto sociale l'immagine grigia di un futuro fatto di cupi doveri e di sacrifici. Ha rappresentato un elemento di forte discontinuità nei comportamenti sociali ingessati, finiti come un bel vaso cinese che cade su un pavimento di marmo. Ora di quel potenziale destabilizzante e provocatorio sono rimaste solo le forme di superficie: la Musica popolare non graffia più, non ci «entra» dentro; benché il volume sia sempre più alto, arriva solo alle orecchie senza sfiorarci l'anima. Eppure io penso che questa crisi non sia più solo figlia della discografia, che pure se l'è voluta e cercata. Sono i musicisti che fanno la Musica. E a loro la Musica (con i suoi problemi da risolvere) dovrebbe tornare, pur con qualche aiuto. Le istituzioni dovrebbero metterci lo zampino, offrire ai ragazzi occasioni per sperimentare a prescindere dal mercato. Si dovrebbero incentivare i locali a riconvertirsi in luoghi per ascoltare e ascoltarsi. Mi riferisco ai salotti e agli assessorati che continuano a considerare la Musica popolare come sottocultura… E' giusto continuare a puntare sui-mega concerti da centinaia di migliaia, da milioni di persone? Non sarebbe più sensato ripensare alla costruzione di un rapporto più «ravvicinato», ripartendo proprio dai piccoli locali delle nostre città? Se si affievolisce il valore della Musica popolare, che è poi quella più ascoltata, cantata, partecipata, rappresentata, si affievolisce il nostro «sentire comune», diventiamo tutti un po' più deboli. Un po' più soli.