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Independent Music di Claudio Ferrante

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Senti chi parla…

Avevo cercato di fornire uno spunto utile ad una discussione lanciando il tema e aspettando alla finestra (una volta tanto) qualcuno che iniziasse a parlare di un argomento un pò impegnativo, a mo’ di chi getta il sasso e nasconde la mano. In effetti non volevo che una critica partisse proprio da chi è pienamente coinvolto nel “music business”, che attualmente è il modo di concepire la discografia tradizionale, il modo usuale di pubblicare dischi e metterli nei negozi nella speranza che qualcuno vada a comprarli (!!!)… QUESTO music business sta affondando, ne verrà a galla uno nuovo, che in sostanza ancora non si sa come sarà, e soprattutto non si sa quando. Ma tempo al tempo. Prima di parlare del futuro cercherei di affrontare l’argomento, quali cause hanno prodotto questo autentico "sfacelo" in cui versa l’industria discografica, e conseguentemente tutto l’indotto. Artisti sfiduciati, musicisti poco tutelati per la possibilità di sostenersi, di fare dell’arte musicale un mestiere. Alcuni errori sono iniziati più di un decennio fa, la contrazione delle vendite era alle porte, ma i manager a livello globale sostenevano che il prezzo del CD e soprattutto una corretta comunicazione dell’industria dell’entertainment musicale fosse cosa di poco conto. Al pubblico interessa quel disco e quell’artista e, dicevano, se vorrà quel CD entrerà in un negozio e lo comprerà. Si parlava già di internet come di un "territorio virtuale" che avrebbe rivoluzionato il nostro modo di fare acquisti, di comprare il giornale, e forse anche di fare il caffè. Abbiamo tutti assistito a quella rivoluzione, ma i manager dell’entertainment, spettatori inermi della rivoluzione digitale, ne hanno capito troppo tardi gli effetti. Con l’affermarsi dell’era digitale del “tutto disponibile subito” il concetto della "libera condivisione dei contenuti" è stato inizialmente fortemente osteggiato, si è cercato di difendere il prodotto discografico dalla pirateria, dalla copia illegale senza pensare che con più umiltà, più capacità di analisi forse si sarebbe arrivati ad un giusto compromesso che rendesse chiara la percezione del copyright, della proprietà intellettuale dell’opera  senza smentirne il valore, o meglio mediando, tra la libera condivisione e il fair price.

Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. Il pubblico non percepisce che scaricare illegalmente da internet la musica vuol dire abbandonare l’artista al proprio destino decidendo comunque di possedere le sue canzoni, vede nell’oggetto CD un pezzo di plastica obsoleto superato da telefonini e playstation (per i più giovani)  e si domanda perché comprare l’ultimo brano di Anastacia su ITunes se può trovarlo gratis su Emule. Ma continua a consumare musica, continua ad andare ai concerti (pagando), continua a sognare con una canzone. Credo che ci sia una forte componente culturale in questo tipo di scelta, fa comodo pensare che le case discografiche abbiano rubato i soldi per trent’anni agli artisti e alla gente, fa comodo pensare che sia il sistema a essere marcio e allora chi se ne frega, scarichiamo alla faccia dei miliardi che guadagnano i guru dell’industria.

Se è vero che la discografia ha commesso dei grossi errori, è altrettanto vero che oggi non si fa nulla per rivalorizzare la musica e il concetto che è CULTURA e come tale va tutelata, al pari di un libro, di un film o di un’opera d’arte. Dietro un progetto discografico c’è tanto, tantissimo lavoro, soldi, tempo. Sareste d’accordo se rubassero i vostri soldi, o il vostro tempo? Sareste d’accordo se qualcuno entrasse al supermercato e portasse via la carne o il latte senza pagarla? No di certo, per giunta chiamereste la polizia. Con la musica il concetto è il medesimo, è solo la percezione che cambia. E’ una canzone, è solo una canzone, forse.